La favola vera della Locanda del Gigante: donne e uomini, gattò di patate e zafferano, amore e coraggio

Gateau

C’era una volta un bambino.

Aveva una strana abitudine: ogni volta che passava un corteo, si accodava. Un giorno passò una carovana di nomadi e Mino la seguì. Camminavano senza mai raggiungere una meta: i nomadi non hanno una meta. Passò davanti ad una capanna ed intravide un uomo intento a levigare tronchi d’albero. Mino rimase lì ad aiutarlo mentre la carovana andò oltre. Lavoravano insieme. Si stabilì tra i due una simpatia. Mino sentiva sempre la nostalgia di seguire lunghe carovane e l’uomo della capanna gli manifestava spesso un desiderio strano di vivere con persone non ancora nate. Quando i tronchi furono molti, i due decisero di costruire una grandissima locanda. Appena iniziarono, comparve all’orizzonte una carovana. Mino attese che si avvicinasse: era una carovana di nani. Tutti nani, vispi, intelligenti, straordinari, uniti.

Costruirono insieme la locanda e organizzarono una comunità di uomini. Quella locanda fu chiamata “La Locanda del Gigante”.

La Locanda è un rifugio nel bosco ventoso, la Locanda è un dottore testardo, la Locanda è un gruppo di persone che ha deciso di provarci. Di nuovo.

La Locanda è uomini e donne con problemi di droga, di alcool, di dipendenze, di solitudini, di debolezze, di incertezze, di sbandamenti, di vita. La Locanda è un viaggio di gruppo verso la guarigione. Tutti insieme. Perché solo insieme si può guarire. La Locanda è un luogo amico, ricco di simboli e di spazi. E’ un segno, una storia. Una favola vera.

Una favola in cui c’è lavoro, speranza, pensieri, ma anche momenti, attimi, istanti, tempo: tutto il tempo necessario per dimenticare un passato confuso e costruire un futuro migliore.

E in questa favola si impara la fatica, perché la fatica è una risorsa. E’ con la fatica che si allontanano le illusioni che diventano invece certezze. E torna la voglia di vivere.

La Locanda non ha finanziamenti. Non si pagano rette. Non si chiedono soldi.

L’unica ricchezza della Locanda sono le persone che amano. Chi ama, partecipa. La terapia della Locanda è una terapia miracolosa fatta di pietre, acqua, capanne, vento, persone. Tutto quello che serve per superare un periodo difficile della propria vita.

Perchè: “Amare è partecipare”.

Con queste parole ci accoglie questo luogo magico in provincia di Napoli. Magico perchè voluto da un piccolo uomo capace di fare grandi magie, incollare di nuovo insieme i pezzi di uomini e donne che per un attimo erano andati in frantumi.

La Locanda è entrata nella mia vita qualche anno fa grazie ad una cara amica, che molto ama questo luogo unico nel suo genere. Un po’ come lei… Da allora ho imparato ad apprezzarne tutti i suoi frutti: la forza, il coraggio, il sacrificio, la volontà, la determinazione, la paura, la disperazione, l’amore, i sogni. Ma anche i carciofi, le patate, lo zafferano, i finocchi, la verza… E tutto ciò che gli uomini e le donne della Locanda riescono a produrre con la loro testarda voglia di vita.

Quest’anno nella mia calza della befana ho trovato proprio questa loro invidiabile determinazione, sotto forma di patate e zafferano.

Così ho deciso di creare anche io qualcosa di buono: il gattò con le patate e lo zafferano della Locanda.

Ho usato 800gr. di patate, le ho lessate in acqua bollente e poi passate con uno schiacciapatate. Al centro della purea ottenuta ho aggiunto 1 uovo, sale, pepe, 40gr. di parmigiano grattugiato, 30gr. di burro morbido e un 2/3 stimmi di zafferano diluito in mezza tazzina da caffè di latte caldo (e lasciato in infusione prima dell’uso) e ho amalgamato bene il tutto. In un’altra ciotola ho lavorato a crema 150gr. di ricotta e un pizzico di noce moscata. Ho poi preso dei pirottini, ma si può usare anche un’unica teglia, e ne ho riempito la metà con la purea di patate livellando bene, ho suddiviso tra tutti: 1 cucchiaino di ricotta, 100gr. di prosciutto cotto e 150gr. di provola affumicata. Ho chiuso il tutto con altra purea, livellato e spolverizzato con un mix di parmigiano, pane grattugiato e sesamo. E infine infornato a 180° per circa 40 minuti.

E la magia della Locanda del Gigante si è compiuta anche alla mia tavola.

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